Giorgio Bassani: cronologia

Cronologia a cura di R. Cotroneo, rivista e integrata da Paola Bassani 
ed. Meridiano Bassani, Mondadori, 2001

Per la seconda edizione del presente volume – che esce dopo la morte dell’autore – la Cronologia è stata integrata con informazioni biografiche gentilmente fornite da Paola Bassani.

1916-1933

Giorgio Bassani nasce a Bologna il 4 marzo del 1916 da una famiglia benestante d’origine ebraica, ferrarese da molte generazioni. «Appartenevo ad una famiglia della buona borghesia ebraica cittadina. Mio padre [Angelo Enrico, nato nel 1885] era medico (ginecologo), ma in pratica non ha mai esercitato. Mia madre [Dora Minerbi, nata nel 1893] da ragazza aveva studiato canto. Sarebbe forse potuta diventare una cantante di professione, però il suo destino fu diverso. Si innamorò di mio padre, e lo sposò subito, a vent’anni. Dei miei nonni, uno [Davide Bassani] era un ricco commerciante di tessuti, col negozio, anzi il magazzino, nel cuore dell’ex ghetto, in via Vignatagliata. L’altro nonno, quello materno, era anche lui medico, ed è stato per quarant’anni primario dell’Arcispedale Sant’Anna. Elia Corcos, il protagonista della Passeggiata prima di cena, è in qualche modo il ritratto del mio nonno materno, Cesare Minerbi. Del nonno commerciante di tessuti ancora non ho scritto niente. Eppure è stato forse il nonno più importante, per me, quello con cui sono vissuto più a lungo, più intimamente. Vivevamo tutti insieme nella medesima grande casa di via Cisterna del Follo, in piani diversi. Il nonno Davide era un signore molto considerato e autorevole nell’ambito della piccola società ebraico-ferrarese di quell’epoca.» La nonna paterna si chiama Jenny Hanau; quella materna, Emma Marchi, è cattolica. I genitori di Giorgio hanno modo di conoscersi perché Cesare Minerbi è il medico di famiglia dei Bassani; si sposano nel 1915.

Giorgio ha due fratelli, Paolo e Jenny. Paolo, nato nel 1920, studierà ingegneria in Francia; nel 1940, espulso dalla Francia perché ebreo, fuggirà clandestinamente in Spagna, da dove rientrerà in Italia e prenderà parte al cumer (Comando Unico Militare Emilia Romagna); vivrà poi a Roma. Anche Jenny verrà penalizzata dalle leggi razziali: solo dopo la guerra potrà approfondire gli studi di disegno e di scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze; vivrà ad Antignano, vicino a Livorno, e successivamente a Firenze.

Ferrara, dove Bassani trascorre l’infanzia e l’adolescenza, sarà al centro di tutta la sua opera: «il contrasto tra l’enormità delle vicende di cui scrivo e la piccolezza della mia Ferrara (una cittadina di provincia, uguale o quasi uguale a tante altre), mi dà una certa garanzia di venire ascoltato, creduto». La famiglia Bassani possiede un’antica casa in via Cisterna del Follo 1, «una casa riconoscibilissima che, in città, tutti sanno a chi appartiene», in cui Giorgio vivrà fino al 1943.

Frequenta le elementari dapprima in una scuola di campagna, tra Ferrara e Copparo (è il nonno Davide, in genere, ad accompagnarlo), poi a Ferrara, dove per tre anni divide il banco con Lanfranco Caretti, che ritroverà al liceo e all’università.

Studia il piano e vuole diventare musicista; ricorda la sorella: «A diciassette anni rinunciò di colpo alla musica e prese la strada dello scrittore. Si mise a studiare con più lena di prima, soprattutto letteratura italiana. Gli bastavano dieci minuti per mangiare un boccone, poi tornava a tavolino».

Oltre a Caretti, sono suoi compagni al liceo Ariosto di via Borgoleoni Giuseppe Zavarini, che diventerà dermatologo, Guido Calzolari, futuro ginecologo, e Giano Magri, cardiologo di fama a Torino negli anni Cinquanta. Il clima che si respira nella scuola è quello che Bassani ritrarrà anni dopo in Dietro la porta, in cui ricorda il proprio disagio. Racconta Zavarini che Bassani soffriva di balbuzie e che il professore di greco e latino, nel corso di una non brillante interrogazione, gli intimò di non accentuarla; «era bravo, sì, non il migliore. Il migliore era Giano Magri, [...] seguito a ruota da Lanfranco Caretti». L’insegnante di latino e greco è Francesco Viviani che, pur collaborando al «Corriere Padano» con articoli sui classici latini e greci, è un intransigente antifascista. Particolarmente brillante è anche l’insegnante di italiano, Francesco Carli, un intelligente cattolico comacchiese che ama soprattutto Dante. Dalle lezioni di Carli probabilmente deriva l’amore di Bassani per Dante, testimoniato dal titolo Te lucis ante (dal Purgatorio) di una raccolta di versi pubblicata nel 1947 e dal fatto che – come testimoniano molti amici – Bassani fino a pochi anni prima di morire recitava spesso a memoria versi di Dante nel corso di cene e incontri.

Grande passione di Bassani è il tennis, che pratica al circolo Marfisa d’Este di via Saffi: «Ero un ragazzo dotato di un fisico eccellente (giocavo al tennis niente affatto male, ormai posso dirlo senza falsa modestia), e la vita per me era tutta da scoprire: qualcosa di aperto, di vasto, di invitante, che mi stava dinanzi, e a cui mi abbandonavo con impeto cieco, senza mai voglia di ripiegarmi su me stesso un momento solo». La moglie ricorda che vinse a Bologna il campionato di Emilia Romagna, classificandosi di conseguenza in seconda categoria; e Gaetano Tumiati: «Sui campi in terra battuta di via Saffi si dava appuntamento la jeunesse dorée. I campioni? Michelangelo Antonioni, una seconda categoria, e, quindi, Giorgio. Antonioni si fidanzò con mia sorella, di un fascino botticelliano: di sicuro fra i modelli di Micòl, bionda com’era».

1934

Si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, in via Zamboni: ogni mattina «prendevo il treno che da Ferrara portava a Bologna in meno di un’ora, frequentando tutti i corsi possibili, perfino paleografia e biblioteconomia, per poi, verso l’una, ritrovarmi a pranzo con Lanfranco Caretti, anche lui ferrarese, anche lui in cerca di ambientamento e mio grande amico (eravamo stati compagni di banco al liceo per tre anni consecutivi), alla mensa del Dopolavoro ferroviario o alla Croce di Malta, una trattoria per studenti molto a buon mercato. Alle due eravamo di nuovo all’università, ansiosi di non perdere la lezione, mettiamo, di grammatica latina. E così via, una lezione dietro l’altra fino a sera: fino a quando cioè non avremmo ripreso l’accelerato di Ferrara».

La scelta della facoltà rappresenta un’infrazione rispetto alla tradizione familiare: «Può darsi che mio nonno materno, mio padre, e mio zio materno, Giacomo, tutti e tre medici, desiderassero che anch’io prendessi medicina. Comunque sia, non appena arrivato all’università, mi sono iscritto a lettere: non già perché aspirassi a diventare uno scrittore, sia ben chiaro, ma per passione, per affinità intellettuale. Fra il ginnasio e il liceo avevo letto molto. Negli ultimi anni del liceo mi ero anche avvicinato in qualche modo alla letteratura italiana contemporanea. E questo è stato forse un fatto determinante». All’università conosce Attilio Bertolucci, di cui resterà amico e sodale per tutta la vita. «La Bologna che ho frequentato io, dall’autunno del ’34 fino, diciamo, al ’43, non era soltanto la sede dell’Università, della Facoltà di Lettere alla quale mi ero iscritto, ma anche la sede di una letteratura, di una scuola letteraria. Bologna voleva dire Riccardo Bacchelli, voleva dire Leo Longanesi [...], voleva dire Giuseppe Raimondi, voleva dire Giorgio Morandi. Ebbene non c’è dubbio: la scuola letteraria bolognese, soprattutto tramite il rapporto che propugnava coi classici francesi del secondo ’800, Flaubert, Rénard, Maupassant, Zola, eccetera, ha sicuramente influito sulla mia formazione.»

Si definisce discepolo di Giorgio Morandi, di cui scriverà: «è il più grande pittore del nostro tempo, pur essendo uno degli spiriti intellettualmente più chiari, lucidi e consapevoli fino alla spietatezza che io conosca (naturalmente si vede, questo, dai suoi quadri), nella vita è un vecchio scapolo tisico e mite, senza sesso quasi, che vive con le sorelle, dipinge nella stanza dove dorme, con un piccolo Leopardi sul comodino accanto al lettuccio di ferro; e credo che sia molto religioso» (lettera a Jenny dal carcere).

1935

Giungono a Ferrara Giuseppe Dessì, Claudio Varese, Mario Pinna, Franco Dessì Fulgheri: tutti normalisti sardi. Professori di prima nomina, diventano molto amici di Bassani, che è influenzato dal loro antifascismo militante: «l’unico elemento di aggregazione che ad un certo momento legò tra loro i ferraresi, i sardi e i bolognesi, fu la comune inclinazione a stringere amicizia con chi in qualche modo si collocava naturalmente fuori dalle istituzioni pubbliche da noi egualmente rifiutate» (Caretti).

Nel tardo autunno frequenta per la prima volta una lezione di Roberto Longhi, di cui lascia un affettuoso ritratto: «Alto, simpatico, elegantissimo, con un viso dai tratti molto asimmetrici, di una espressività eccezionale: più che a un professore, a uno studioso, Longhi faceva pensare a un pittore, a un attore, a un “virtuoso” d’alta razza e d’alta scuola, insomma a un artista. Non c’era nulla in lui dell’enfasi curialesca della tradizione carducciana imperante all’università di Bologna, di quell’unzione accademica che per tutto l’anno precedente mi aveva riempito di venerazione e di noia, nessuna posa erudita, in lui, nessun sussiego di casta, nessuna boria didattica e didascalica, nessuna pretesa che non riguardasse l’intelligenza, la pura volontà di capire e far capire». Con Longhi instaura un’amicizia profonda e duratura, che si spinge ben oltre gli interessi artistici e letterari. Celebri le partite a tennis in cui il rapporto fra maestro e allievo viene ribaltato: «ci si dava convegno su un campo di tennis. Qui io sfoggiavo, naturalmente, e Longhi, che giocava volentieri in coppia con me, mi guardava con ammirazione, accettando umile umile i miei consigli».

Pubblica sul «Corriere Padano» il suo primo racconto, III Classe: «serbo un ricordo abbastanza sbiadito di III Classe, che a tutt’oggi non ho più riletto. Ho comunque l’impressione che vi si possa rintracciare il segno di quelle prime letture, l’indispensabile consapevolezza critico-letteraria che ingenerarono in me esordiente». «Il Corriere Padano», quotidiano fondato nel 1925 da Italo Balbo e allineato col dissenso-consenso tipico dello squadrismo ferrarese, vede tra i suoi collaboratori esterni anche Delfini, Vittorini, Caretti e Antonioni (come critico cinematografico). «In quel momento la possibilità di collaborare al “Corriere Padano”, in una pagina che consentiva margini inconsueti di libertà almeno nel campo letterario e ci consentiva di discorrere degli scrittori a cui credevamo, apparve a noi giovani tra i venti e i ventidue anni una occasione favorevole per uscire dall’isolamento» (Caretti).

1936

Comincia una serie di letture storiche e filosofiche, fondamentali nella sua formazione. Dirà in seguito: «io credo di essere l’unico scrittore del Novecento per il quale l’esperienza idealistica è il fatto assolutamente centrale della propria formazione»; e ancora: «il mio unico vero grande maestro è stato Benedetto Croce».

Pubblica sul «Corriere Padano» altri due racconti: Nuvole e mare e I mendicanti (quest’ultimo particolarmente apprezzato da Longhi, che incoraggia Bassani a dedicarsi alla scrittura).

In giugno Francesco Viviani viene allontanato dall’insegnamento a causa del suo antifascismo. Bassani scrive al suo antico maestro: «Carissimo Professore, la notizia del provvedimento che La colpisce produce in me un dolore che può essere solamente soverchiato da un immenso stupore. Una tale enormità non posso credere che si possa impunemente commettere nei riguardi di un uomo come Lei. Io che per tre anni sono stato suo scolaro – uno dei più vicini – conosco a fondo la Sua virile nobiltà, la Sua sapienza, la Sua rettitudine e bontà. Mi è grato ora ricordare in questo momento doloroso queste Sue elette qualità, e tanto più perché è per esse soprattutto se sono cresciuto ad oggi, uomo, nella pienezza dell’anima aperta ad ogni bellezza; ad ogni altezza, uomo nell’amore sconfinato che porto alla libertà e alla giustizia. Con i migliori auguri e con i sentimenti della più viva solidarietà mi creda, egregio Professore, suo affezionato Giorgio Bassani».

Trascorre l’estate a Cesenatico, in compagnia dei fratelli Tumiati; in novembre invia a Caterina Tumiati una poesia, fino a oggi inedita: «Quando dagli astri / scenderai sul mio passo / risaprò le tue dita amorose, e il sapore / del tuo silente riso / o morte. / E nel mio nuovo cammino / tra le falci dei lampi / mi sarà caro / ripensare a colei che mi turba / nella mia avara quiete. // Dolce, bambino, / era il pensiero di te da quel giro / di lenti muri nell’orto». A questi versi l’autore aggiunge alcune righe di commento: «Non spaventarti, Cate, o non sorridere anche, se il ricordo di te ha luogo nella mia memoria insieme a quello della morte. Fino dall’infanzia – io sono nato, vissuto, morto forse in quel tempo, ed ora ricordo solo! – ho immaginato la morte come un riso di donna, come un tocco di dita amorose. E m’era dolce sognare, non più vecchio di quattro anni, di questo riso e di queste sovrumane dita: per tutta la mia vita restante questo pensiero m’ha seguito e consolato, soavissimo. Poi, ecco, sei venuta tu, e hai preso possesso della mia mente. In essa stanno i due pensieri, familiari, dominanti, e come due angeli mi consolano di questa solitudine».

1937

Studia spesso a Ferrara, nella «ricchissima e modernissima biblioteca di Giuseppe Ravegnani che io e Bassani abbiamo doviziosamente saccheggiato non avendo altro luogo della nostra città dove raggiungere i testi preziosi del Novecento italiano ed europeo» (Caretti).

Proprio Ravegnani fa leggere a Bassani «parecchi libri usciti intorno a quegli anni a Firenze: i libri, voglio dire, di Alessandro Bonsanti, di Arturo Loria, di Tommaso Landolfi, eccetera, nonché l’Antologia della letteratura italiana del ’900 di Papini e Pancrazi» (Caretti). Lo stesso Ravegnani, tuttavia, in pieno regime di leggi razziali, invita Bassani cortesemente ma fermamente ad allontanarsi dalla Biblioteca Comunale e a esimersi dal frequentarla in seguito, poiché israelita. Questo episodio verrà poi raccontato nel Giardino dei Finzi-Contini.

È a Napoli per disputare i Littoriali della cultura.

A Bologna conosce Carlo Ludovico Ragghianti, critico d’arte storicista e seguace di Croce, che lo allontana progressivamente dalla letteratura di tarda derivazione crepuscolare influenzata da «La Ronda». «Dal giovane letterato che ero, mi trasformò in breve tempo in attivista politico clandestino, sottraendomi sia alle amicizie letterarie ferraresi, sia a quelle bolognesi. L’unico sodale a seguirmi in questa nuova vicenda della mia vita fu Antonio Rinaldi. Entrambi, da allora, per qualche tempo almeno, cominciammo a disertare sia le lezioni universitarie di Roberto Longhi, sia la bottega di stufe di Giuseppe Raimondi. Per ciò che riguarda esclusivamente me, gli anni dal ’37 al ’43, che dedicai quasi del tutto all’attività antifascista clandestina (non ripresi a scrivere che nel ’42, quando nell’estate di quell’anno buttai giù le poesie che più tardi avrei pubblicato nel volumetto Storie dei poveri amanti, del ’45), furono tra i più belli e più intensi dell’intera mia esistenza. Mi salvarono dalla disperazione a cui andarono incontro tanti ebrei italiani, mio padre compreso, col conforto che mi dettero d’essere totalmente dalla parte della giustizia e della verità, e persuadendomi soprattutto a non emigrare. Senza quegli anni per me fondamentali, credo che non sarei mai diventato uno scrittore.»

1938

È a Firenze, dove frequenta, tra gli altri, l’ambiente di «Giubbe Rosse». Le leggi razziali, pur non infierendo direttamente sulla sua famiglia, cominciano a cambiare le sue abitudini e le sue frequentazioni. «Mio padre era ebreo, di origine probabilmente askenazita» ricorda la figlia Paola, «ma di fede laica. Si considerava prima di tutto un italiano, un italiano identico agli altri.» E Pietro Citati: «quando fu respinto da tutti gli amici cattolici, si aprì in lui una ferita che credo non si sia mai rimarginata». Nella poesia Gli ex fascistoni di Ferrara (in Epitaffio), a distanza di tanti anni, un Bassani sardonico mostra infatti di non dimenticare: «Gli ex fascistoni di Ferrara / invecchiano / alcuni / di quelli che nel ’39 / mostravano di non più ravvisarmi / traversano mi buttano / come a Geo le braccia al collo / gaffeurs incontenibili»; e quando cercano di riavvicinarsi allo scrittore, egli risponde: «Corrazziali? Voi quoque? Dei quasi / mezzi cugini? No piano / Come cazzo si / fa? / Prima / cari / moriamo».

È a Napoli per disputare i Littoriali dello sport.

In aprile pubblica su «Letteratura» il racconto Un concerto (che confluirà in Una città di pianura). Questo racconto rappresenta per Bassani «un punto d’avvio piuttosto significativo. Per la prima volta tentavo, con quel racconto, di mettere in piedi una Ferrara non dannunziana, non mitologica. È vero che Ferrara non la chiamavo ancora Ferrara, ma F. (tardo seguace del Novecento, volevo essere realista, ma non provinciale...); nessun reale impegno storicistico in quelle incerte pagine giovanili. Eppure, ripeto, il racconto ha una sua importanza: soprattutto se si pensa a quello che avrei fatto poi».

1939

Si laurea con Carlo Calcaterra discutendo una tesi su Tommaseo. Frequenta Francesco Arcangeli, Franco Giovanelli, Augusto Frassinetti, Fiorenzo Forti; in particolare condivide gli ideali politici di Sergio Telmon e Vincenzo Cicognani.

L’entrata in vigore delle leggi razziali costringe allievi e professori ebrei del liceo Ariosto (dove Bassani insegna) a spostarsi nelle aule del vecchio asilo israelitico di via Vignatagliata 79, nell’antico ghetto ferrarese. Ricorda Paolo Ravenna, allora suo allievo: «Un giovane appena laureato ci apriva alla cultura moderna e ai valori civili con lezioni che sempre più si allontanavano dalle semplici nozioni. [...] Ci parlava di nuovi autori che non apparivano sulle antologie, come Ungaretti, Montale, ecc.; tra le poesie da imparare a memoria La casa dei doganieri e via dicendo. Ci leggeva Vittorini, ci apriva ai russi Cekov, ecc. Ci spiegava i contenuti sociali e dirompenti della letteratura americana. Arrivava Lorca. Ho qui un numero della rivista “Letteratura” dell’aprile ’38. [...] Proprio in questo fascicolo appaiono, tra l’altro, la prima traduzione di Lorca di Carlo Bo; il primo capitolo di Conversazione in Sicilia; il primo racconto importante di Bassani: Un concerto. A distanza di tanto tempo in queste pagine ritroviamo il filo conduttore di quanto ci insegnava. [...] Scoprivamo Croce, Salvatorelli, i libri rossi della Einaudi. Sentivamo parlare di sfuggita – faceva parte della clandestinità – dei fratelli Rosselli e di “Giustizia e Libertà” [...] mentre faceva una fugace apparizione un giornaletto clandestino che scorrevamo tra timore e stupore».

1940

Stampa presso l’Officina d’Arte Grafica A. Lucini e C. Una città di pianura, che firma con lo pseudonimo Giacomo Marchi perché «erano venute, a quell’epoca, le leggi razziali, per cui era vietato dalla polizia, a qualsiasi ebreo, di figurare come esistente. Mi sono perciò chiamato Giacomo Marchi perché non potevo chiamarmi Giorgio Bassani. Se sono diventato Giacomo Marchi non è stato, quindi, per una scelta mia, di tipo ideologico, psicologico, eccetera, ma per motivi di carattere politico e razziale». Sceglie il cognome della nonna cattolica